#159(peperone rosso grigliato)

Ancora una volta è un profumo a trasportarmi con sé nel tempo. Ne immagino il colore, rosso. È rossa e profumata una falda di peperone adagiata su una griglia. In cucina sopra il piccolo tavolo un neon acceso. Fuori è buio ormai e fa freddo… Alle finestre svolazzanti tende leggere e trasparenti con un piccolo bordo rosso. Fuori il bucato appena steso al balcone si muove appena e se esci una serie di menù investono le tue narici. Seduto alla sedia appoggiata alla parete nelle sue pantofole con l’interno foderato in pelo racconta di politica, di tempo, di quadri, di malanni. In piedi al tavolo con le mani abili affetta verdure, impiatta crescenza, riempie d’olio una piccola bottiglietta rovinata e grattuggia formaggio da mettere a tavola.
Alla parete un calendario e una foto di un piccolo sorridente con una felpa verde. Quante lacrime per scattare quella foto. Non è cambiato affatto quel piccolo nella felpa verde.
Nella stanza accanto un televisore è già sintonizzato sul canale preferito e al tavolo tutto è preparato per la cena.
Li guardo oggi, a migliaia di anni luce da com’ero e vorrei sentirlo ancora quel profumo. Nonostante tutto.

#158(ascolto)

Mi siedo e prendo il tempo per ascoltare il mondo fuori.
C’è un cane che abbaia, forse chiede cibo, forse qualcuno ha suonato alla porta o forse semplicemente “lanciami il gioco”.
La porta al piano di sopra si apre, si chiude e qualcuno per le scale fa programmi.
Automobili passano sulla statale. Le sento in lontananza e non disturbano.
I vicini innaffiano i fiori.  L’acqua scroscia.
Qualcuno ride e se ne va
La marmellata sobbole e il profumo riempie l’aria.
Un aereo vola sopra le nuvole. Dentro qualcuno ride, qualcun altro trema. Qualcuno porta con sé segreti da custodire gelosamente.
Un bambino gioca in giardino. Troppo piccolo per la scuola.
Foglie d’autunno finiscono nel sacco. E il giardino è di nuovo pulito.
C’è il sole. Respiro.

#157 (mama)

Quando arrivo all’ambulatorio sono già sedute. Capelli bianchi, pelle diafana e occhi spenti la più anziana. Carnagione scura, occhiali con montatura nera, accento sudamericano la giovane.
Esce l’infermiera. Chiede l’impegnativa alla signora sudamericana. Controlla tutto, fa fare una firma e poi si rivolge alla signora anziana:
– Mi dà l’impegnativa per favore?
Interviene la vicina:
– No no, “mama” è con me,  mi accompagna.

#156 (234 allo sportello 3)

Casa di cura cittadina. Ore 10:30. Attendo che arrivi il mio turno. Ho il numero 234.
Gli impiegati lavorano senza un attimo di sosta, velocemente e con gentilezza. In attesa decine di persone.
Squilla un cellulare. Per la verità si dovrebbero spengere ma il problema vero è che squilla il cellulare di una donna pakistana, con tanto di velo azzurro sulla testa. Risponde in inglese e mette il viva voce. Fastidiosa conversazione. Soprattutto perché inizia a parlare in urdu. Davvero incomprensibile.
Una coppia di coniugi di mezza età, senza evidenti problemi danaro viste le griffe belle in evidenza su vestiti e borse, la guarda allontanarsi con sguardo infastidito. Sarà perché non ha rispettato la regola di spegnere i cellulari scritta sul cartello? Senza alcuna vergogna lui ad alta voce:
-Guarda lì… Li manteniamo in tutto ma i soldi per i cellulari enormi li trovano. Che schifo.

Eh già. Rivoltante. Nella sua Polo e borsello in pelle.

#154 (energie)

Quando l’energia si muove non può farlo senza che questo comporti delle conseguenze. Siano esse positive o negative.È l’energia delle masse a promuovere grandi cambiamenti.È l’energia dei singoli a scrivere la storia dei piccoli cambiamenti.

Ho imparato a sentirla quell’energia. Quella che accarezza me. Quella che mi passa accanto quando faccio una domanda e aspetto che mi arrivi una risposta. Quella che mi arriva come risposta a domande non ancora poste. Quella che mi fa nascere riflessioni. Quella che si mostra anche se proveniente da luoghi lontani e persone sconosciute. Quella dell’altrui sofferenza.

Non si può restare fermi se la si sente vicino a noi. Non si può sentirla arrivare, guardarne il profilo, per poi lasciarla andare via senza fare nulla. Rendendo il suo viaggio inutile.

L’ho trovata sullo zerbino, in un plico giallo. È stato uno schiaffo e una carezza. È stata sofferenza e speranza.  È stata un piede nel passato e una mano nel futuro. 

È arrivata inaspettata e ha scritto un’altra pagina della storia del cambiamento.

#153 (show)

E poi ci sono quelle iniziative sull’integrazione dove si spendono belle parole, si dicono dati, si fanno parlare i bambini, si dà la parola agli stranieri ormai in Italia da vent’anni. Spettacoli nemmeno troppo ben riusciti.
Perché poi guardi dietro le quinte e alle belle parole, fanno seguito fatti che vanno in direzione opposta. Perché sulla carta i bambini di tutte le nazionalità sono un ponte arcobaleno (come la bandiera) tra oggi e il futuro; nella realtà i bambini di tutte le nazionalità che giocano e si rincorrono infastidiscono le belle signore ingioiellate del quartiere. Perché sulla carta i nuovi cittadini (residenti da vent’anni) hanno storie da raccontare, in pratica vanno piazzati su un palco, soli, a raccontare che alla famiglia italiana che li ospita devono tutto e che di meglio non avrebbero potuto trovare…lì c’è perfino un bel parco per far giocare i bambini…mentre chi dovrebbe fare qualche domanda sulla storia,  quella del paese di origine, se ne sta a far chiacchiere lasciando la “filippina” a torcersi le mani spendendo elogi per i padroni italiani. Perché sulla carta le persone presenti fanno tutto questo per l’integrazione ma un pratica stanno beandosi del loro operato guardando uno show in cui concedono anche a dei poveracci un attimo di gloria.