#109 (normalità 2.0)

Non ricordo dove ho sentito qualche giorno fa che anche durante il fascismo, per certi versi, la vita si svolgeva nella normalità. Ci si innamorava, si cucinava, si cantava, si ballava, si fumava, si leggeva, si stiravano panni, si faceva l’amore, si partorivano bambini, si lavorava. Ma accadeva anche altro…Proprio come oggi. Ci si innamora, si cucina, si canta, si balla, si fuma, si legge, si stirano panni, si fa l’amore, si partoriscono bambini, si lavora. Ma accade anche altro…Proprio come durante il fascismo.

#108(disordine)

È che un tempo riuscivo a mettere ordine. Fuori e dentro.  Avevo tempo ed energia.  Oggi mi mancano l’uno e l’altra. Si affatellano immagini, pensieri, dolori, gioie, doveri, sogni e bisogni in uno spazio contenuto e io non riesco più a fermare il loro vorticare. Un turbinio che in certi momenti mi spaventa. E allora chiudo gli occhi con i palmi delle mani cercando di nascondere i pensieri alla vista. Ma i pensieri non si possono vedere. I pensieri passano, occupano l’aria,  si insinuano nella tua testa attraverso minuscole particelle di respiro. E poi alla confusione dentro si aggiunge anche polvere di pensieri. E come puoi aprire la tua casa a qualcuno con tutto questo disordine?

#107(reset)

È che a volte coglie un senso di totale stanchezza.  Stanchezza nel lavoro, nella vita, negli affetti. Quasi come se ogni cosa avesse bisogno di essere resettata o rivalutata. A volte capita di sentire la necessità di sé.  Solo e soltanto di sé. Aprire la valigia della vita e iniziare a guardare quanto spazio libero viene ingiustamente occupato da inutilità.  Conviene farlo periodicamente, non lasciar trascorrere troppo tempo tra una revisione e l’altra. Facendolo forse ci si troverà anche di fronte a scelte imposte da altri. Non potremo che accettarle.
E poi a volte capita di stare a contatto con se stessi e capire che non si è mai stati in grado di essere realmente a contatto con altri. E di pensare di essere davvero piccoli, anche se a volte abbiamo pensato di essere grandi.
Riflessioni pre-reset.

#106 (trova le differenze)

Immaginate di chiudere costumi e salviettoni o scarponi e maglioni in un trolley fucsia e partire.Senza sapere se ci sarà il sole.Senza sapere chi incontrerete.Senza sapere se vi divertirete.
E ora immaginate di chiudere tutta la vita in uno zaino e partire. Senza sapere se arriverete. Senza sapere cosa farete. Senza sapere se morirete.
Immaginate. E poi trovate le differenze.

#105 (è tempo di pane)

E così, stamattina ricordavo quando il tempo era scandito anche dai motorini Gerosa con le due ceste da panettiere. Ceste spesso luride e infarinate, piene di sacchetti in carta marrone, che poi si utilizzava per i fritti. E capitava che il pane venisse sbocconcellato tra il cancello e la cucina e a tavola un panino fosse “monco”. E quando arrivava, il ragazzo del pane, era una festa. E il sabato il sacchetto conteneva una doppia dose di pane, che sovente finiva al pranzo della domenica a meno che non si facesse la polenta. E poi l’ultimo giorno del mese, pinzato al sacchetto marrone, un biglietto scritto a biro su un foglio a quadretti, il conto.
Oggi non si vedono più “Gerosa” con ceste zeppe di sacchetti marroni. Oggi ci si serve da soli e il tempo lo scandisce la sincronizzazione delle mail.

#104 (meriti)

Cosa mi ha reso così meritevole da poter nascere qui, in questa città, in questo tempo, con questo aspetto?
Forse il Dio in cui non credo?
-mamma ho paura.
Chissà come suona detto da un bambino che sta per annegare. E chissà quali immagini scorrono nella sua testa prima che i suoi polmoni si  riempiano di acqua. Tra sconosciuti o accanto a una madre che non può fare nulla per lui. Immagini non volute ma che il cervello gli ripropone come a farsi beffa di lui e della sua vita destinata a finire. Con l’unica vera colpa di essere figlio di disperati. Veri disperati. Tanto disperati da non avere altra scelta che il rischio di morte piuttosto che la certezza di una vita intera da disperati, se va bene.
-non lasciarmi andare mamma. Ho paura.
E immagina quale rumore può fare la morte quando arriva e trova tanta meraviglia da portarsi via. La morte non è vestita di nero, non è acqua, non è fuoco, non è sangue. La morte è l’urlo di un bambino e di sua madre. È gli occhi di una donna e il suo giovane marito o la voce strozzata di una speranza che annega. La morte ha l’odore di una poltrona comoda dalla quale si decidono destini. La morte è il volto girato dalla parte opposta.
-tienimi la mano, ho freddo.
Quale merito ho per non dover salire su alcuna nave di disperati? E per poter svegliare ogni giorno mia figlia accarezzando i suoi capelli lunghi?
-Eccoti, non ti trovavo più piccolo mio. È finita. Ora niente più guerra, fame, bombe. È finita.

Legati dal sangue

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“LEGATI DAL SANGUE

Sei sempre stata così bella, così possente, così libera… come
un’aquila e io affamato di potere, come un cacciatore ti ho uccisa.
In questa fredda notte di Dicembre riaffiora il ricordo di quello che
è accaduto: il tuo sangue sulle mia mani, il tuo corpo privo di vita
sotto il mio; il coltello stretto tra le dita come un sovrano che
impugna lo scettro.
Un amore malato che mi ha portato a comandare, disporre o
decidere per te, su te.
Che mi ha portato a ucciderti e con il tuo ultimo respiro tutto il
mio potere è svanito, s’è trasformato in distruzione
Con te sono morto anche io.
Dietro quel gesto sconsiderato si nascondeva un desiderio di
potere ma tu non dovevi farne le spese, non dovevi morire. Ormai
sono in cella, solo, in gabbia con la stessa bramosia di potere ma
senza di te, senza il mio tesoro, senza la forza di andare avanti.
L’altra sera ho sognato i tuoi occhi azzurri glaciali, profondi come il
più profondo dei laghi, tondi e grandi, gli stessi dell’ultima volta, di
quando eri viva e abbiamo mangiato il nostro ultimo pasto insieme:
erano occhi che mi fissavano spalancati, che mi scrutavano, che
riuscivano a studiarmi come solo tu sapevi fare.
Ormai è troppo tardi per scusarsi, tu sei morta e le mie mani
sono sporche del tuo sangue, la mia fonte di potere è ancora
insaziata.

Vola sempre lassù.

Ti amo.”

Filippo Capretti II A Liceo Musicale Veronica Gambara (Bs)
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