#94 (Festa del papà)

Caro papà,
oggi è la tua festa e io non ti posso fare alcun regalo…allora ho pensato di regalarti una bella lettera. Sai di quelle lettere che commuovono ogni volta che le rileggi? quelle che tieni nel portafogli e che finiscono con lo sciuparsi talmente tanto che si è costretti a ripararle con il nastro adesivo; quelle che il solo pensiero ti rende felice ed orgoglioso…Ecco, posso regalarti una di quelle lettere.

Ricordo bene quando da bambina aspettavamo tutte noi si aspettava con ansia il tuo rientro dal lavoro; potevamo sentire da lontano il motocarro e sapevamo che quella sarebbe stata una di “quelle” sere. Quelle in cui si invocava l’aiuto dei vicini per evitare la tragedia. Quelle che un solo segnale bastava per scatenare l’inferno. Quelle che ci si doveva rifugiare in una stanza ad aspettare la fine di tutto. Quelle in cui sei troppo piccolo per capire ma già capisci che qualcosa non va.
Ricordo che quando ti avvicinavi a me io sapevo che quello non era un gioco anche se così me lo presentavi. Ricordo che il “profumo” che usavi lo detestavo, sapeva di alcool e violenza. Ricordo che un giorno sono stata costretta a dormire nel tuo stesso letto perché mamma era in ospedale e nella mia camera c’era un enorme scarafaggio che non si riusciva a trovare; ricordo che avevo 15 anni e che sono stata sveglia tutta la notte, rivolta dall’altra parte per la paura che tu potessi avvicinarti, anche se da molti anni non lo facevi. Ricordo che quando mia figlia era piccola avevo paura dei coltelli e di poterle fare male e mi sentivo un mostro e non capivo perché; poi qualcuno mi ha detto che ti avevo visto colpire tua moglie con un coltello e allora ho capito. Ricordo che non ho mai avuto un nomignolo per te e la mamma. Ricordo che da adolescente facevi battute a doppio senso e io mi vergognavo di te. Ricordo che ho temuto fino all’ultimo istante della tua vita che tu potessi farmi male ancora. Ricordo che ho invocato la tua morte proprio nella notte in cui è successo. Ricordo che ho pianto. Tanto. E ho immaginato per mesi il tuo corpo dentro la bara a decomporsi. Ricordo che piangevo mentre guardavo la tua foto”ricordo” sul mobile in salotto. Ricordo i tuoi occhi e la loro paura di morire.
Avrei voluto un padre diverso. Avrei voluto che le strilla si trasformassero in risate. Che le carezze proibite fossero carezze paterne e che quelle mani callose curassero ginocchia sbucciate. Avrei voluto che non strappassi quaderni ma mi chiedessi il nome del mio compagno di banco. Avrei voluto poter ascoltare musica ad alto volume senza paura della reazione e cantare senza vergognarmi della mia voce. Avrei voluto poter dormire senza paura di essere spiata avrei voluto fare vacanze al mare. Avrei voluto visitare il mondo. Avrei voluto crescere nei tempi giusti. Avrei voluto vederti tenere per mano tua moglie senza che quella mano stringesse con violenza il suo polso. Avrei voluto poter accarezzare il tuo volto con amore. Avrei voluto foto ricordo da esporre orgogliosa e ho chiuso nel cassetto le poche che possiedo, per evitare che il ricordo emerga spesso.
Non so dove sei ora, quale sia stata la tua sorte dopo quella notte ma questo è quello che mi resta di te per quanto mi sforzi di ricordare altro.
Grazie, perché quello che hai fatto ha reso me una persona migliore di quanto sarei stata se non ci fossi stato tu.
Ecco il diminutivo ora me lo sono preso è Dona e io lo porto orgogliosamente.
Tua figlia Dona

(ascolto Fleetwood Mac-Hypnotized)

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