#97 ( apre la cassa 2)

Le casse dei supermercati,come le sale d’attesa degli ambulatori, sono una fonte d’ispirazione inesauribile. Ci puoi trovare mamme che sculacciano i loro figli perché dal gelato formato “magnum” che loro hanno dato al bambino, il quale risulta essere più piccolo del gelato stesso,è caduta della copertura. Le stesse mamme possono anche scegliere di ingolfare la cassa urlando al bambino di raccogliere il cioccolato dal pavimento, con gente che invece di prendere a sberle la mamma, prende in giro il bambino. Poi puoi incontrare uomini con telefoni da 800 euro che comprano vino da 80 centesimi. Poi, ancora, puoi incontrare donne che i trenta li hanno superati da almeno trentacinque anni; queste sembrano uscite da un film erotico degli anni ’80; occhi delineati pesantemente da una matita azzurra, unghie laccate di un rosso che a vederlo il diavolo si inchina, le scarpe decolleté di velluto color diarrea, su fuseaux nero, che ogni tanto tolgono per far arieggiare il piede tumefatto da tanto sono strette. E poi puoi incontrare due vecchie amiche a far spese, una delle quali si lamenta dei “capricci” del bambino per il gelato e dice all’altra:
-Ah io l’ho sempre detto che i figli non si devono fare. Sono un fastidio. Lo dicevo sempre a mia figlia. E lei infatti di figli non ne ha voluti.
Questo si chiama lasciare in eredità buoni insegnamenti.

(Da: Capitolo 11-La Dona, 23 Maggio 2014)

#96(paure)

Sono in attesa dal medico  quando entra un uomo di una quarantina d’anni in abiti da lavoro, un operaio stradale presumibilmente. Abbronzato nonostante la stagione, si siede accanto a me. Odora di sudore e catrame. Si gratta i capelli e si soffia il naso. All’improvviso ho un pensiero. Quest’uomo mi spaventa. E se fosse un pazzo? E se tirasse fuori un coltello e ci rapinasse? E se fosse uno che non ha nulla da perdere?
La ragione però ha subito la meglio e comprendo. Mi fa paura perché non indossa un bel paio di jeans e un maglione colorato. Mi fa paura perché è sporco. Mi fa paura perché diverso dall’idea di “bello” con cui veniamo ogni giorno martellati. Ma quest’uomo non è pazzo, non vuole farmi male, non è pericoloso. È solo malato. Un lavoratore malato. Esattamente come me.

#95(profumi)

Mattina grigia.
Le fronde degli alberi scosse con violenza dal vento e una tagliaerba tornata in funzione dopo il letargo invernale rompono il silenzio circostante. Da una finestra aperta profumo di minestrone.
E li vorrei fotografare i profumo di erba tagliata e minestrone  . Sanno di pulito, di passato e futuro. 

#94 (Festa del papà)

Caro papà,
oggi è la tua festa e io non ti posso fare alcun regalo…allora ho pensato di regalarti una bella lettera. Sai di quelle lettere che commuovono ogni volta che le rileggi? quelle che tieni nel portafogli e che finiscono con lo sciuparsi talmente tanto che si è costretti a ripararle con il nastro adesivo; quelle che il solo pensiero ti rende felice ed orgoglioso…Ecco, posso regalarti una di quelle lettere.

Ricordo bene quando da bambina aspettavamo tutte noi si aspettava con ansia il tuo rientro dal lavoro; potevamo sentire da lontano il motocarro e sapevamo che quella sarebbe stata una di “quelle” sere. Quelle in cui si invocava l’aiuto dei vicini per evitare la tragedia. Quelle che un solo segnale bastava per scatenare l’inferno. Quelle che ci si doveva rifugiare in una stanza ad aspettare la fine di tutto. Quelle in cui sei troppo piccolo per capire ma già capisci che qualcosa non va.
Ricordo che quando ti avvicinavi a me io sapevo che quello non era un gioco anche se così me lo presentavi. Ricordo che il “profumo” che usavi lo detestavo, sapeva di alcool e violenza. Ricordo che un giorno sono stata costretta a dormire nel tuo stesso letto perché mamma era in ospedale e nella mia camera c’era un enorme scarafaggio che non si riusciva a trovare; ricordo che avevo 15 anni e che sono stata sveglia tutta la notte, rivolta dall’altra parte per la paura che tu potessi avvicinarti, anche se da molti anni non lo facevi. Ricordo che quando mia figlia era piccola avevo paura dei coltelli e di poterle fare male e mi sentivo un mostro e non capivo perché; poi qualcuno mi ha detto che ti avevo visto colpire tua moglie con un coltello e allora ho capito. Ricordo che non ho mai avuto un nomignolo per te e la mamma. Ricordo che da adolescente facevi battute a doppio senso e io mi vergognavo di te. Ricordo che ho temuto fino all’ultimo istante della tua vita che tu potessi farmi male ancora. Ricordo che ho invocato la tua morte proprio nella notte in cui è successo. Ricordo che ho pianto. Tanto. E ho immaginato per mesi il tuo corpo dentro la bara a decomporsi. Ricordo che piangevo mentre guardavo la tua foto”ricordo” sul mobile in salotto. Ricordo i tuoi occhi e la loro paura di morire.
Avrei voluto un padre diverso. Avrei voluto che le strilla si trasformassero in risate. Che le carezze proibite fossero carezze paterne e che quelle mani callose curassero ginocchia sbucciate. Avrei voluto che non strappassi quaderni ma mi chiedessi il nome del mio compagno di banco. Avrei voluto poter ascoltare musica ad alto volume senza paura della reazione e cantare senza vergognarmi della mia voce. Avrei voluto poter dormire senza paura di essere spiata avrei voluto fare vacanze al mare. Avrei voluto visitare il mondo. Avrei voluto crescere nei tempi giusti. Avrei voluto vederti tenere per mano tua moglie senza che quella mano stringesse con violenza il suo polso. Avrei voluto poter accarezzare il tuo volto con amore. Avrei voluto foto ricordo da esporre orgogliosa e ho chiuso nel cassetto le poche che possiedo, per evitare che il ricordo emerga spesso.
Non so dove sei ora, quale sia stata la tua sorte dopo quella notte ma questo è quello che mi resta di te per quanto mi sforzi di ricordare altro.
Grazie, perché quello che hai fatto ha reso me una persona migliore di quanto sarei stata se non ci fossi stato tu.
Ecco il diminutivo ora me lo sono preso è Dona e io lo porto orgogliosamente.
Tua figlia Dona

(ascolto Fleetwood Mac-Hypnotized)

#370

La Dona's Family. Il Blog

Sala d’attesa ambulatorio pediatrico e del medico di base. Bambini che vengono. Bambini che vanno. Molti di famiglie immigrate. Una signora in attesa dal medico di base inizia a parlare di adozioni:
-I bambini sono proprio tutti belli…però io non capisco perché per adottare un bambino si debba andare “fuori”. Perché mai non adottano prima i “nostri”? Io non sono razzista ma per esempio un giorno ho litigato con la segreteria dei servizi scolastici perché al mio bambino danno la carne adesso che siamo in quaresima mentre a quegli altri che non mangiano il maiale o la mucca fanno un menù a parte. Fino a prova contraria la nostra religione vieta la carne in questo periodo e la scuola che è cattolica dovrebbe dare una alternativa…e lo dico da atea.
Posto che in fondo un fondo di verità in tutto questo c’è (e cioè che la scuola si preoccupa di…

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#93(carezza)

Sera. Fuori il vento scuote gli alberi e un oggetto che sbatte ripetutamente sulla ringhiera di un balcone dei piani superiori. Il cane dei vicini abbaia spaventato. In casa il volume del televisore si sente appena dalla camera dove sono. La luce della lampada è fioca. La giornata è iniziata da pochi istanti…ed è già finita.
Da un po’ è così la mia vita. Giornate che scorrono, corrono a una velocità che non riesco a misurare. Iniziano e terminano senza la possibilità di potermi fermare a parlare un po’ con me stessa: ” Come stai? Di cosa hai bisogno? Cosa vorresti fare ora?” Non c’è tempo di formulare domande. Non c’è tempo di dare risposte.  Ora scrivo e forse questo è una prima carezza da me a me stessa.

#92(intuizioni)

E così,  pensavo che mi piacerebbe molto avere un’intuizione. Di quelle che cambiano la vita. Di quelle che non ha già avuto qualcun altro. Di quelle che guardandoti allo specchio puoi dire a te stesso “caspita, che bella intuizione hai avuto!”. Di quelle…
Ma non è mica facile avere intuizioni così. Ne capita una su un milione. E se hai la sventura di intercettare il pensiero intuitivo appena una frazione di secondo dopo il signor Bianchi…be’ inutile aggiungere altro.
Però, diamine quanto mi piacerebbe.
Nell’attesa mi accontento di intuire dall’espressione di chi ho davanti se posso fidarmi oppure no. Che non è mica poco.